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Gianni
Mura li ha chiamati “i Senzabrera”: compongono un piccolo esercito di
amici, di affezionati lettori, di nostalgici sportivi innamorati del
bello, di “trasognati sognatori” di vicende gastronomiche… Tutti
orfani di Gianni Brera, morto il 19 dicembre 1992 a pochi chilometri dalla
sua piana dov’era nato 73 anni prima in quel di San Zenone Po.
Di questi fedeli interpreti del verbo breriano fanno parte coloro che
ricordano il giornalista che, in dieci lustri di lavoro, ha re-inventato
la critica sportiva; c’è chi sogna ancora con i suoi romanzi tutti
ambientati nella nebbiosa terra di Padania; e poi gli estimatori del
polemista, dell’erudito cultore di miti, di storia, di sociologia; chi
lo antepone come vate di un filone che lo vide “padano-centrico” in
tempi politici non sospetti.
Noi, che lo abbiamo conosciuto di sfuggita e letto, sin da piccoli, su
“Il Giorno”, sul mitico “Guerin Sportivo”, su “La Repubblica”,
lo vogliamo ricordare anche come grande cantore enogastronomico,
protagonista a tavola ed in cantina, amante del mangiare-e-bere in terra
lombarda (e pavese) purchè quel gesto fosse sempre in aperta condivisione
con i suoi amici. I Senzabrera di oggi.
Ogni anno i Senzabrera (sempre meno, per la verità: l’ultima volta
mancava Carlo Mo, talentuoso scultore abbracciato da
miglior vita) si ritrovano nella ricorrenza della tragica morte di
“Gioannbrerafucarlo” in uno dei luoghi a lui più cari: la trattoria
della Pro Loco di Spessa Po, poche decine di metri dal Pater Padus, dove
Brera si recava appena possibile per la briscola chiamata, per la bevuta
con gli amici, per ogni sua straordinaria ed acculturata “pacciàda”.
E’ un appuntamento d’obbligo per chi fu amico di Gianni Brera: uno dei
pochi modi, anche se pregnante di nostalgia, che Lui avrebbe apprezzato.
In effetti la “pacciàda” altro non è che la rievocazione, arricchita
di aneddoti, ricordi, commenti, di quanto Gianni Brera amasse la tavola in
uno dei retaggi culturali a lui tanto cari perché legati alle sue radici
povere e contadine. Nel giorno della “pacciàda” tanta nostalgia …
ed anche cotechino caldo, risotto alla pasta di salame, lessi fumanti con
bagnetto, “ragò” d’oca, rane fritte, Barbacarlo in tavola.
A Spessa Po, il suo alfiere Giulio Signori (assieme a Pilade del
Buono e Mario Fossati era collega affiatato di redazione a
“Il Giorno” ed anche gaudente compagno di mille avventure
culinarie…) lo ricorda così: “Nessuno ha saputo raccontare la storia della sua terra ed i poveri della
nostra terra come ha fatto lui…”.
L’occasione è fatta di mille istantanee; ognuno dei suoi amici ha un
ricordo da rinverdire. Come l’ex sindaco di Spessa Po, Vincenzo
Bertoni, che ricorda: “Ci
chiamò una sera di primavera dalla redazione perché lo andassimo a
prendere in auto a Milano. Alla Pro Loco di Spessa ci siamo stati una
notte intera a discutere di sport e di politica, a parlare nel nostro e
suo idioma bassaiolo. Alle 6 del mattino, in dieci, contammo ottanta
bottiglie di vino svuotate… Chiedemmo aiuto ad una ruspa di un cantiere
vicino che portò via con la benna quell’inutile montagna di vetro…”.
Il suo amico viticoltore Lino Maga, battagliero artefice di un
nettare granato che, oggi come allora, fa volare alta la fantasia di chi
lo beve, il Barbacarlo, lo ricorda con poche parole: “Come
lui, nessuno. Quando andava in trasferta in Sardegna, per seguire il
Cagliari di Gigi Riva, portava in valigia una bottiglia del mio vino. La
beveva in albergo. Era un anelito della sua terra…”.
Ed il suo biografo Andrea Maietti: “Stargli
dietro a tavola era pericoloso. Mangiava e bevevo in qualità. Amava la
cucina povera. Lo storione era il suo pesce: gli ricordava il Po dove, da
ragazzo, si bagnava. Amava i piatti umili come la trippa, il risotto, la
cacciagione che lui stesso cacciava. A tutto avrebbe rinunciato, meno che
al Barbaresco ed al Barbacarlo del suo amico Maga…”.
A Spessa Po, ricetta dopo ricetta, la cuoca Teresa della Pro Loco
dipingeva per il Gioann un autentico affresco della cucina padana, una
sorta di dipinto dell’Arcimboldo dove le verze, le anatre, le anguille,
le rane il maiale prendevano il posto dei più raffinati companatici
espressi nel quadro. E
di Teresa, Gianni Brera ebbe a dire: “Teresa,
la cuoca, imposta memorabili frittate
con le rane ed è quasi imbattibile nel cucinare la busecca…”.
E della trattoria della Pro Loco: “E’
un luogo straordinario, sul fiume. Grande cucina, grande bevuta. Gente
amica. Gente timida”.
Infine, lasciate quelle sale dove, in disordine sparso, si conservano come
reliquie libri, fotografie, articoli, messaggi vergati a mano da Gioann,
non può mancare il saluto alla tomba nel piccolo cimitero di San Zenone.
E qui si celebra l’ultimo rituale. Ai piedi della fotografia che poggia
sul freddo marmo verdastro della lapide di famiglia si posa un mezzo
sigaro toscano. Lo volle Gioann nel suo testamento spirituale, un
testamento fors’anche inesistente, a metà tra leggenda metropolitana e
realtà: “Rinnovatemi sempre il
toscano. Perché io intendo fumare sino all’ultimo fiato. Che si arrangi
la mia emoglobina. Vivere senza fumo sarebbe come dormire senza sogni”.
Ogni
anno a Spessa Po, con gli amici Giovanni Zerbi e Gianni Terzi
in veste di anfitrioni, si rinnova il ricordo di Brera.
“Del resto” dicono i
due organizzatori “Gioann è
rimasto tra noi e non avrebbe voluto celebrazioni o discorsi. Ma
un’alzata di calice alla buona, come si usa tra noi, uomini del Po.
Che si rispettano. Che si vogliono bene”. I
Senzabrera di oggi. |